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“La politica non ostacoli il disarmo”

Intervista a Paola Paesano e Gisella Turtula, le due attiviste italiane alla conferenza contro le armi nucleari.

di Laura Tussi - venerdì 4 aprile 2025 - 206 letture

Le due attiviste Paola Paesano e Gisella Turtula hanno partecipato alla conferenza del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari che si è tenuta a New York a inizio marzo. Con loro abbiamo parlato di riarmo, tema cruciale in un momento in cui anche l’Unione Europea ha rilanciato la corsa agli armamenti.

Come ogni anno, il palazzo delle Nazioni Unite di New York ha ospitato l’incontro fra i paesi aderenti al TPAN, il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, tenutosi nella metropoli americana dal 3 al 7 marzo scorsi.

Anche l’associazione Costituente Terra, presieduta da Luigi Ferrajoli, ha partecipato a quella che può essere considerata la più grande manifestazione della diplomazia globale per la pace, portando a conoscenza degli Stati Parte del TPNW - erano presenti 86 Paesi, 163 organizzazioni della società civile e 9 organizzazioni internazionali - il suo progetto di un costituzionalismo globale.

Ora due importanti attiviste di pace Paola Paesano e Gisella Turtula racconteranno questo fondamentale e rivoluzionario evento universale più da vicino, avendo partecipato direttamente ai lavori di New York.

Il processo di disarmo nucleare totale, per quanto a lungo termine sia, deve ricercare i presupposti per un suo realistico avanzamento, richiedendo la partecipazione degli stati nucleari per l’inverarsi del trattato stesso.

In questa prospettiva il documento congiunto di Costituente Terra e Disarmisti Esigenti prova a individuare le vie per passare dalla proibizione alla eliminazione effettiva delle armi nucleari. Puoi elencarle, Paola?

Occorre essere realisti. Non esistono soluzioni, se non a lungo termine, scongiurando l’olocausto nucleare, in grado di liberare la Terra da 13.000 testate nucleari, per giunta in un momento in cui l’Europa torna ad affermare la necessità di aumentare la sua “deterrenza nucleare”. Le soluzioni risiedono nella politica, nella diplomazia, nella sensibilizzazione culturale. Si tratta di uscire dalla logica amico/nemico di schmittiana memoria, alla base dell’ideologia nazista dello stato. Per cui una riproposizione degli accordi di Helsinki del 1975, configurabili in una Helsinki II, riaprirebbero il dialogo con la Russia e allontanerebbero il rischio di una guerra estesa ai paesi baltici a minoranza russa e bielorussa.

In questa direzione merita grande attenzione e supporto la proposta di Olga Karatch, di “Our House”, di lottare per la creazione di una zona demilitarizzata nell’area che interessa il confine tra Russia, paesi Baltici, Bielorussia, Polonia e Ucraina. Così come merita di essere integrata in un documento strategico comune anche la richiesta di “Mondo senza guerre e senza violenza”, di fare del golfo di Trieste un’area libera da armi nucleari sulla base del Trattato di pace con l’Italia del 1947 e della risoluzione 16 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che aveva istituito il Territorio libero di Trieste quale stato disarmato e neutrale. Un altro punto in grado di portare le potenze nucleari a meditare sul Trattato (TPAN) potrebbe essere l’adozione del No first use, una misura prudenziale di un patto di non primo uso e di de-allertizzazione delle testate condiviso dalle potenze nucleari.

L’eliminazione totale delle armi nucleari, nella migliore delle ipotesi, senza dover passare per l’olocausto nucleare, può ottenersi solo in un processo a lungo termine?

Questa necessaria gradualità non significa sottrarre radicalità al TPAN, così come il TPAN, a sua volta, non diminuisce la forza del piano per un disarmo totale e per l’eliminazione delle guerre, che è la vera ragione d’essere delle Nazioni Unite e che, nel progetto della Costituzione della Terra trova espressione negli articoli 52: con il divieto di produzione di commercio e di detenzione dei beni micidiali; nell’art. 53: con la messa al bando delle armi e il monopolio pubblico della forza; nell’art. 77: con il superamento degli eserciti nazionali.

Si tratta della terza e più radicale via che abbiamo indicato nel working paper allegato agli atti della Conferenza ONU e la cui sostanza ha precedenti storici, come del resto la proposta di una Helsinki II sulla base della quale si era arrivati a negoziare l’ingresso della Russia nell’alleanza atlantica. Il precedente è in una dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Kennedy pronunciata nella sede delle Nazioni Unite dopo l’assassinio del Segretario Generale dell’ONU Dag Hammarskjöld, in cui prospettava «un disarmo generale e completo … fino ad abolire tutti gli eserciti e tutte le armi, tranne quelle necessarie per l’ordine interno e una nuova Forza di Pace delle Nazioni Unite».

Al meeting degli stati parte, senz’altro il raduno istituzionale di maggior respiro delle istanze pacifiste globali, con la presenza dolente degli hibakusha e delle vittime sopravvissute ai test nucleari, si risente in qualche modo dell’energia proveniente dalla “seconda potenza mondiale”, come il “New York Times” ebbe a definire il movimento pacifista. Ovvero?

Considerata la normalizzazione del clima bellico, la dichiarata ricerca di un’economia di guerra per dare incremento alla produttività industriale europea, - con somme sottratte alla sanità, alla scuola, all’università, ai servizi sociali - non possiamo che affidarci al risveglio, se mai avverrà, di questa “seconda potenza mondiale”, dal basso e a partecipazione globale, se non altro come contro-narrazione della sempre più armata propaganda bellicista e della militarizzazione della cultura e delle coscienze. Una militarizzazione delle coscienze e un estetismo guerriero che abbiamo visto in azione finanche nella piazza per l’Europa del 15 marzo cui si sono accodate perfino formazioni tradizionalmente rispettose della carta costituzionale.

Va detto qualcosa anche a proposito di almeno un paio di proteste svoltesi durante la settimana di svolgimento della Conferenza, non all’interno, ma davanti al Palazzo di Vetro.

Sì. Una, il 5 marzo, da parte dei manifestanti della War Resisters League, quasi tutti arrestati mentre, bloccando il traffico, concludevano la loro marcia sulla First Avenue. L’altra, il giorno dopo, condotta da un gruppo di giovani ebrei ortodossi compostamente in fila sul marciapiede mentre esibivano cartelli di dissenso nei confronti dello stato di Israele (che non riconoscono), e di obiezione di coscienza rispetto al reclutamento nell’esercito da loro definito “sionista”.

Gisella Turtula cosa hai provato e notato entrando nella sede Onu di New York?

Entrando al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, la prima figura che cattura lo sguardo di chi varca le sue soglie è quella di Nelson Mandela, immortalato con le mani alzate in un gesto di vittoria e speranza. Un simbolo potente, che evoca la lotta per la libertà e la pace, lontano da conflitti e oppressioni. Un gesto che in maniera del tutto casuale ci ha connesso alla performance che il Comitato Pagoda per la Pace di Comiso aveva programmato per il side event del 2 [in realtà il 3] Marzo all’Onu, dove l’alzarsi delle mani è stato il nostro modo di esprimere un arrendevole gesto d’amore, per edificare e nutrire il nostro pensiero di pace, con l’auspicio di un futuro in cui non ci siano più guerre, ma solo dialogo.

La tua partecipazione alla conferenza del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) a New York ha rappresentato un momento significativo, non solo per la sua valenza istituzionale, ma anche per la riflessione che porta sul futuro delle politiche di sicurezza internazionale. Cosa puoi dirci ancora?

Come cittadina e professionista, che negli anni ’80 ha vissuto in prima persona le marce pacifiste a Comiso contro l’installazione dei missili nucleari, oggi ritengo che il Trattato sia fondamentale verso la costruzione di un mondo senza armi nucleari, un obiettivo che, sebbene lontano, resta imprescindibile per garantire l’impegno per il disarmo.

Nel 1987, l’accordo fra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov aveva rappresentato un simbolo di speranza e una concreta apertura al disarmo. E adesso?

Tuttavia, guardando alla realtà geopolitica contemporanea, è difficile non constatare come i progressi in questa direzione siano oggi ostacolati da politiche che sembrano andare in direzione opposta. La recente proposta della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, di potenziare la spesa per la difesa e il riarmo europeo, solleva interrogativi sulla coerenza di tale approccio con gli impegni presi a livello internazionale in materia di disarmo.

Se la sicurezza si riduce all’accumulo di armi, il rischio di conflitti devastanti cresce esponenzialmente, portando con sé un costo in vite umane che abbiamo tristemente visto in tutta la sua tragicità, assistendo ad una sorta di paralisi delle politiche internazionali.

La pace che vogliamo realizzare non è statica, ma un processo continuo, un impegno quotidiano che deve coinvolgere tutti: dai governi alle organizzazioni internazionali, dalla società civile ai singoli individui. Come vivi da professionista questa esperienza?

Come psicologa e membro del Comitato Pagoda per la Pace, credo che l’impegno per la pace non debba limitarsi a parole o gesti simbolici, ma debba tradursi in azioni concrete, che implichino ogni individuo, ogni comunità e ogni nazione. Questo impegno si fonde profondamente con la mia attività professionale a tutela del benessere dei minori. Ogni giorno continuo a ’studiare le istruzioni per la rivoluzione, laddove il futuro è svanito prima di iniziare’, parafrasando la canzone di Luca Loizzi, ’I miei migliori anni’.


Questo articolo è stato diffuso anche su Italia che cambia, e da LiberaCittadinanza.



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