Pessoa. Scrittura in forma di pensiero
"Vivere - scrive Pessoa - è appartenere a un altro. Morire è appartenere a un altro. Vivere e morire sono la medesima cosa".
C’è uno scrittore le cui azioni tendono a crescere nella considerazione dei filosofi. E’ il portoghese Fernando Pessoa, sempre più conosciuto in Italia grazie alla efficace opera di divulgazione degli scritti orchestrata da un altro scrittore, quell’Antonio Tabucchi che molti avranno iniziato a conoscere leggendo romanzi come "Sostiene Pereira" o "Notturno indiano".
Tabucchi ha tra i suoi meriti la traduzione di alcune opere pessoiane di cui l’editoria italiana, già in ritardo, si sarebbe accorta chissà quando se non fosse stato per lui. Crediamo che Pessoa meriti di essere letto non solo perché è uno degli scrittori maggiori del Novecento, una sorta (almeno per noi) di mistico Dostoevskji lusitano, ma perché nelle sue opere si annida una concezione filosofica che raccoglie l’eredità di una buona fetta del pensiero iberico dell’ultimo secolo, da Ortega y Gasset a De Unamuno, filosofi che non sempre godono dell’attenzione che realmente meritano. Per avere un’idea, seppure inevitabilmente parziale e incompleta, dell’incontestabile spessore filosofico dell’opera pessoiana, si potrebbe provare a selezionare e a commentare brevemente alcuni passi delle sue opere. Passi che il lettore che va per le spicce potrà facilmente ritrovare in quell’elenco di citazioni, curato da Tabucchi e pubblicato nel 1988 da Feltrinelli, il cui titolo, Il poeta è un fingitore, esprime da solo il senso di buona parte della poetica pessoiana.
"Vivere - scrive Pessoa - è appartenere a un altro. Morire è appartenere a un altro. Vivere e morire sono la medesima cosa. Ma vivere è appartenere a un altro dal di fuori, e morire è appartenere a un altro dal di dentro. Le due cose si assomigliano, ma la vita è il lato al di fuori della morte. Perciò la vita è la vita, e la morte la morte, perché il lato di fuori è sempre più vero del lato di dentro, tanto che è il lato di fuori che si vede".
La citazione, che, come quelle che seguiranno, ha il valore di un aforisma, è tratta da "Una sola moltitudine". In poche, folgoranti righe, Pessoa concentra, filtra e rilegge il grande tema filosofico dell’esistenza, comprensibile, come insegnava, ad esempio, Heidegger, se posto in stretto rapporto con quello della morte. Pessoa dice che vita e morte si equivalgono, che vivere è come morire, che quando si muore si è ancora vivi, che vita e morte, insomma, sono le due inseparabili facce di una medaglia forse forgiata male. Di queste facce, però, una vale più dell’altra. Non perché di questa io sia più certo o perché la trovi più rassicurante. L’una (la vita) vale più dell’altra (la morte) perché, in fin dei conti, per quanto possa sentirsi metafisico quell’animale che chiamiamo uomo, la morte e la sua concava riottosità, si concedono meno della vita e della sua avvolgente convessità. La vita è superiore alla morte perché provoca dolore. La morte vale meno della vita perché subentra al dolore quando ormai è troppo tardi.
"Non l’amore, ma i suoi dintorni valgono la pena. La sublimazione dell’amore illumina i suoi fenomeni con maggiore chiarezza della stessa esperienza. Ci sono verginità di grande comprensione. Agire compensa ma confonde. Possedere significa essere posseduto e dunque perdersi. Soltanto l’idea raggiunge, senza sciuparsi, la conoscenza della realtà".
Chi dice che i filosofi non parlino d’amore? Non esiste, è vero, una filosofia in rosa. Non c’è esercizio del pensiero più virile di quello filosofico, dove tutto è concesso perché non esistono perdono né remissione. Nel suo "Libro dell’inquietudine" Pessoa dimostra di amare l’amore, come sa ben fare una certa razza di amanti. La razza di chi, per dirla tutta, si sente sempre in debito con la vita e dell’amore sa anche gustare la mancata celeste corrispondenza dei sensi. In un certo modo, è questa una delle facce meno conosciute del cosiddetto amore platonico, o, se si vuole, è una versione felina dell’eros platonico. Buona per gente che vive la vita come gatti in amore. Gatti per cui l’amore è come una perenne ferita da leccare. Viene da pensare ai gatti domestici e randagi di Dario Bellezza. Viene da pensare anche a Pavese, alle sue poesie del disamore e ai gatti, animali più notturni dei rapaci, ai quali un giorno sarà consentito sapere. Sapere che cosa in definitiva? Che l’amore è una ferita che rende vana l’opera di mille, resistentissimi lacci emostatici. A suo modo, e con un linguaggio di cui mi piacerebbe apprendere lo stile e la misura (leggere per credere www.giornalediconfine.net/anno_2/n_1/15.htm), lo dice lo stesso Pessoa. "E’ l’amore che è l’essenziale. Il sesso è solo un accidente. Può essere uguale o differente. L’uomo non è un animale; è una carne intelligente, anche se a volte malata".
"Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita come se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica".
Siamo ancora una volta nel "Libro dell’inquietudine". Questa volta, però, per gustarci un passaggio finalmente felice, che, strano a dirsi dopo tutto quello che si è già osservato, riecheggia un po’ una celebre teoria di Leibniz, il più ottimista dei filosofi moderni. La teoria o il principio dell’identità degli indiscernibili, che fa sì che nella realtà non possano mai esserci due cose assolutamente identiche, perché, se tali fossero, occuperebbero lo stesso spazio, vivrebbero nello stesso istante, godrebbero dello stesso destino. Così che, se tali fossero, se fossero cioè due copie perfettamente identiche, sarebbero la stessa cosa, perché indiscernibili. Che cosa renda "uomo" l’uomo non è allora la generica appartenenza ad una specie o ad una categoria. L’umanità, ad esempio. Ciò che rende "uomo" l’uomo è la sua inespugnabile identità con se stesso, con quell’anima che, falsa o reale che sia, è come la leva di Archimede, posseduta la quale ci si può a ragione sentire padroni del mondo o, per dirla ancora una volta con Pessoa, "essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo".
Qualcuno potrà dire ora che Pessoa sia stato l’alibi, nient’altro che il banale pretesto, di una confusa divagazione sul niente. Chi l’avesse pensato, resistendo al fastidio di una lettura poco gradita, ha mille ragioni da vendere, ma, se non con noi, dovrebbe questa volta convenire con Pessoa, che ha ben notato da tempo che "c’è abbastanza metafisica nel non pensare a niente". E questo noi ci ripromettevamo di dimostrare.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -